11 Ottobre 2019, la Commissione Internazionale per il Premio Nobel, un’onorificenza di valore mondiale attribuita annualmente a persone che si sono distinte nei diversi campi, apportando “i maggiori benefici all’umanità” per le loro ricerche scientifiche, per l’opera letteraria e per l’impegno in favore della pace mondiale, ha assegnato al Primo Ministro della Repubblica etiopica Abiy Ahmed Ali, il Premio Nobel per la pace 2019: la stessa assegnata 10 anni fa al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

La Commissione precisa, che i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa nel risolvere il conflitto con la vicina Eritrea (il giovane Stato africano nato nel 1991 dopo trent’anni di guerra per l’indipendenza dall’Etiopia)  sono stati i punti cardinali, nell’ultima valutazione per il riconoscimento del premio di fama mondiale.

 L’Etiopia “è fiera in quanto nazione” dell’assegnazione del premio Nobel per la Pace al premier Abiy Ahmed Ali, fa sapere l’ufficio di stampa del Primo Ministro; poco dopo lo stesso Premier commenta dicendo “E’ un premio per l’Africa” dicendosi “onorato” ed “entusiasta” per il prestigioso riconoscimento. Persino il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte dichiara tramite un tweet: “ “Le mie più calorose congratulazioni al mio grande amico e coraggioso statista Abiy Ahmed Ali. Il Nobel per la Pace è il riconoscimento della sua forte leadership nel trasformare in atti concreti il desiderio di pace della popolazione di un’intera regione. Abiy, l’Italia è e sarà al tuo fianco”.

Infatti è un grande traguardo quello raggiunto dal Premier etiopico Abiy. Figlio di un contadino musulmano di etnia Oromo e di una casalinga cristiana ortodossa di etnia Amhara, Abiy è nato nelle campagne limitrofe etiopi. Luoghi dimenticati persino da Dio, dove le basi elementari per la sopravvivenza odierna sono scarse. Parliamo dalle strade, luce elettrica e persino l’acqua potabile. Cresciuto nella provincia di orientale di Arsi, pascolando le gregge della famiglia, appena conclude gli studi superiori, si arruola nell’esercito per andare a combattere a Badime, contro la guerra d’indipendenza dell’allora provincia a statuto straordinario d’Eritrea, la stessa guerra che dopo 20 anni li fa confermare il Premio Nobel per la pace. Durante gli anni nell’esercito, Abiy cresce non solo di statura ma anche in forma e sostanza, conquistando il ruolo di colonnello. Dopo gli anni della guerra inizia a collaborare in veste di capo dei servizi segreti etiopi: gli 007 più brutali al mondo. E qui che il suo primo impatto con la politica domestica prendono radice, negli anni che trascorrono inizia a testimoniare lo stato di osservanza e di incolumità che vivono i suoi concittadini. Uno Stato orwelliano, letteralmente descritto, che non si ritira indietro a nessuno per questioni del potere.

Dopo la morte di Meles Zenawi (imagine sotto ndr), ex brigatista etiope che combatto per 17 anni in una lotta armata per rovesciare i Marxisti comunisti del governo etiope di Mengiustu Hailemariam, nel 2012, e dopo una seria di proteste che coinvolge gli oromo (uno dei grandi gruppi etnici in Etiopia) per quasi tre anni durante il governo di Hailemariam Dessalegn 2012-2018, che finisce per rovesciare uno dei più peggiori dittatori della storia etiopica, il 2 Aprile 2018 il consiglio direttivo del uno dei partiti più autoritari al mondo filocomunista,  nomina Abiy Ahmed come capo del governo della Repubblica.Senza mai consultare neanche la popolazione.

A differenza dei suoi predecessori, Abiy, avvia una riforma del governo senza precedenti; con una discontinuità governativa mai vista nella storia. Libera tutti i prigionieri politici catturati dal governo precedente, abolisce tutte le normative utilizzati per perseguire gli avversari politici, la parziale privatizzazione di alcune grandi imprese statali, la liberazione di migliaia di prigionieri politici, la fine dello stato d’emergenza e la denuncia dell’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza, nonché il licenziamento dei funzionari carcerari accusati di violazione dei diritti umani. Ma la grande conquista che li farà guadagnare il premio Nobel è la riappacificazione con l’Eritrea, tentando di portare a termine il conflitto armato iniziato nel 1998. Il suo governo ha rinunciato alle rivendicazioni territoriali nella zona di Badme. Ha sostenuto l’applicazione dell’accordo di pace promosso dalle Nazioni Unite nel 2000, che prevede la cessione di alcuni territori all’Eritrea. Ha concordato con il dittatore eritreo Isaias Afewerki la riapertura delle rispettive ambasciate e la ripresa dei commerci. È stata ristabilita la rotta aerea diretta tra le capitali dei due paesi e le linee telefoniche dirette tra i due stati, interrotte da circa vent’anni.

Ma tutte queste iniziative sono veramenti sufficienti per essere considerati e addirittura aggiudicarsi l’assegnazione di uno dei più prestigiosi premi al mondo? oppure c’è qualcosa dietro?

Per molti nella diaspora eritrea, che stanno all’opposizione dell’attuale governo di Asmara, la notizia non è andata a buon fine. Infatti hanno ragione. Sostengono che l’attuale riconoscimento a livello internazionale, raffigura il regime eritreo noto per suoi continui abusi dei diritti umani dei suoi cittadini come un partner mondiale per la pace: insomma una bella pulitina in faccia per presentarsi davanti all’Occidente. Gli attivisti residenti in Italia e altrove, che continuamente vivono sotto paura e sorveglianza dagli addetti diplomatici, chiedono ufficialmente l’annullamento e la revoca dell’assegnazione del premio, che avverrà nella capitale norvegese a Dicembre 2019. Temono che il riconoscimento ufficiale, come un partner con cui si può dialogare e lavorare, lascerà in vano i grandi risultati raggiunti, tramite le loro attività di attivismo, in sedi importanti, come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Commissione per la protezione delle Nazioni Unite, trascurerà le veri atroci che stanno avvenendo all’interno dell’Eritrea.

Dall’altra parte, anche se molti etiopi sono contenti del prestigioso riconoscimento, alcuni hanno voluto mormorare le loro disfacimento sull’attualità del paese. Infatti l’Etiopia sta attraverdsando un periodo di transizione molto difficile. Ci sono scontri etnici, insicurezza del futuro e una reduce di povertà assoluta e miseria che ogni giorno alimentano la voglia di emigrare di tantissimi giovani.

D’altronde, visto che il Premier Abiy (oppure il dott.Abiy come lo chiamano gli etiopi) che non è mai stato eletto a nessuna carica statale, siamo sicuri della sua tendenza democratica? Perché all’indomani della sua assegnazione del Premio Nobel, le forze dell’ordine etiope impediscono ad un attivista ben noto e di fama mondiale di manifestare in piazza contro le misure restrittive che il governo di Abiy Ahmed sta attuando nella capitale Addis Abeba. In quel giorno vengono arrestati giovani senza nessun rispetto per la legalità e viene bandita tramite l’unica televisione statale che è proibito qualsiasi manifestazione senza il consenso delle autorità.

Visto gli ultimi avvenimenti e la situazione drastiche che si trovano e che vivono entrambe le nazioni dell’Eritrea e dell’Etiopia, uno si può chiede ma è veramente un premio Nobel meritato? Il tempo è galantuomo: in tanto a New York, presso la sede del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, massima autorità per mantenere la pace e la sicurezza internazionali in conformità con i principi e le finalità delle Nazioni Unite, legiferano contro le sanzioni imposte dalla stessa con l’aiuto dell’Etiopia.

Un Nobel per la pace meritato?

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