Françoise Vergès (1952), politologa antirazzista e femminista, è cresciuta a Reunion, una piccola isola nell’Oceano Indiano di fronte al Madagascar, un territorio che fino ad oggi è considerato il “dipartimento d’oltremare” della Francia. La sua infanzia è stata segnata dalla militanza politica dei suoi genitori, comunisti in clandestinità, e dalla sua esperienza giovanile contro il dominio coloniale francese. Lei è specializzata in questioni di schiavitù e violenza coloniale e, da Parigi, presiede il Comitato nazionale per la memoria e la storia della schiavitù.

Nel suo ultimo libro, intitolato “Un féminisme décolonial” (2019) e ancora non tradotto in italiano, Vergès sottolinea la sua critica a quello che chiama un “femminismo civilizzatore”, basato sull’oppressione delle donne migranti e razzializzate, erede della lunga storia di resistenza delle donne indigene colonizzate e schiavizzate. Dal suo punto di vista, il movimento di liberazione delle donne deve affrontare un progetto che propone una sorellanza costruita sulla base dell’internazionalismo e della solidarietà, non nel senso astratto di condividere circostanze e situazioni al di sopra della classe, della razza e del genere, ma nel senso pratico.

Il libro specificamente parla degli addetti alle pulizie, dell’invisibilità del loro lavoro e dell’importanza di questo, iniziando con un riferimento allo sciopero degli addetti alle pulizie delle stazioni ferroviarie di Parigi della società ONET, che dopo una lunga lotta ha ottenuto un trionfo.

Secondo Vergès, il femminismo occidentale, concentrandosi sull’uguaglianza di genere a livello di coppia e sul cambiamento dei ruoli individuali, ha scelto di ignorare che la cura e la pulizia sono state storicamente razzializzate, e che molte donne bianche hanno beneficiato di quella razzializzazione. La scrittrice crede che il lavoro e le lotte delle donne nere e migranti, la maggioranza nel settore delle pulizie e della cura, siano essenziali per capire come una serie di elementi si combinano per rendere questo lavoro invisibile, sebbene indispensabile per il funzionamento del neoliberismo e del patriarcato. Le attività legate alla pulizia di solito vengono caratterizzate come un lavoro femminilizzato, che è sottopagato, razzializzato e sottoqualificato. Come ricorda Vergès (2019), ogni giorno, ovunque nel mondo, le donne povere di colore puliscono sia gli uffici che le case dove le donne borghesi lavorano, riposano, praticano sport, lasciano i loro figli, fanno sesso e shopping, ricevono amici e parenti, mangiano cibo preparato da altri ecc. Queste donne “bianche” quasi si dimenticano che senza il lavoro di quell’altre, il mondo diventerebbe paralizzato.

Per molto tempo, il femminismo egemonico è stato un femminismo bianco e borghese nei paesi più ricchi, ma ci sono altri femminismi che affrontano il dominio coloniale e il capitalismo. La categoria universale delle donne è una finzione, le donne storicamente indigene, le donne nere e non bianche sono diventate sottocategorie, che coinvolgono anche classe, religione e sessualità, per rafforzare la loro vulnerabilità fino alla morte.

Alcune correnti femministe hanno spostato l’attenzione quasi esclusivamente a un livello di discorso e simbolismo e non pratico, come se il razzismo non fosse una questione molto specifica e materiale per le donne. Secondo Vergès (2019), questo è un modo di eludere la realtà, perché il razzismo è un problema molto specifico per le donne, interferisce con la loro vita quotidiana, influenza il loro accesso all’istruzione e alla salute ecc. Citando Colette Guillaumin, Vergès ricorda inoltre che la razza potrebbe anche non esistere come un fatto biologico, ma senza dubbio serve per rafforzare un razzismo che uccide.

Il femminismo di per sé opera invocando una categoria universale di donne e l’universalità dei diritti delle donne, sebbene queste siano state definite dal punto di vista delle donne occidentali/bianche/borghesi. Vergès (2019) ricorda che Il termine bianco non si riferisce qui al colore della pelle, ma ai repertori storici e ai sistemi culturali, spaziali e simbolici che hanno costruito una parte dell’umanità, quella femminile, come qualcosa usa e getta, quasi sempre disponibile per il divertimento, il piacere e il beneficio di un’altra parte, che è quella maschile.

A suo modo, il femminismo decoloniale, secondo la scrittrice, è ancorato alle lotte delle donne rurali, delle manifestazioni clandestine, senza queste lotte il femminismo sarebbe privo di qualsiasi dimensione radicale e rivoluzionaria. Come il femminismo decoloniale è radicalmente antirazzista, anticapitalista e antimperialista, è inevitabilmente contro il maschilismo, a favore delle popolazioni indigene e per i diritti delle comunità queer e trans.

Il femminismo civilizzatore prende in prestito l’idea del colonialismo per “salvare le donne di colore dagli uomini di colore” dalla missione della civiltà coloniale e si adatta perfettamente al neoliberismo, perché gli dà una vernice di progresso, di essere “per natura” favorevole alla parità tra donne e uomini. Tuttavia questo finisce per giustificare lo sfruttamento e l’interventismo.

Con le loro lotte, le donne migranti e non bianche hanno infranto la loro invisibilità e portato alla luce problemi in comune. Questo è stato possibile, perché le loro lotte uniscono così moltissimi campi di battaglia: violenza sessuale, razza, invisibilità, esaurimento fisico (corpi stanchi e i danni alla salute), siccome la divisione del lavoro a livello nazionale e internazionale.

Le donne migranti e razzializzate stanno praticando il femminismo decoloniale: un femminismo aperto a circostanze e situazioni concrete, che non cerca di imporre una verità ma mira all’emancipazione sociale. Questi nuovi movimenti femministi, emergenti in diversi paesi, stanno facendo sentire le voci fino ad allora emarginate. Proponendo strategie diverse, stanno collegando il femminicidio al neoliberismo, l’antirazzismo con i diritti degli indigeni, la lotta contro il maschilismo insieme al rifiuto dell’omofobia, dell’islamofobia e del l’antimperialismo.

Come ricorda Vergès (2019), “quando le donne migranti e razzializzate saranno libere, l’intera società sarà libera”.

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