Era rimasto il limone tagliato dentro il silenzio del pomeriggio. 

La mamma era morta di domenica mentre avevo la pancia contro il lavandino. Il mio grembo – che era uscito dal suo – intriso di fantasmi profumati di bolle di sapone appena svanite. Un altro anno, avremmo apparecchiato la tavola, ma no … Quel giorno neanche il vento inaspettato e sottile ha spostato le cose abbandonate. Nemmeno le foglie ondeggianti osarono toccare la finestra. Niente aveva cambiato direzione. Il limone sul lavandino e i suoi sogni gettati per sempre sul pavimento. Un pranzo mai finito, giusto per me che cucinavo per professione.

Nessuna promessa è stata mantenuta a lei. Non c’era romanticismo. Non c’erano dei o santi. Nessuna medicina, nessun tintinnio. C’era una strada e una madre che se n’era andata. Nessuno è venuto da lei al momento della morte per chiedere perdono. Nessuno le ha detto dove fosse nostro fratello. Nessuno ha detto “Ti amo”. Oppure “sei la migliore mamma del mondo”. Possiamo solo immaginare la paura, la sensazione di vuoto che le faceva tremare le braccia senza forza, quelle stesse braccia che ci aspettavamo, con grandi richieste, ogni tardo pomeriggio quando la sua immagine appariva all’orizzonte della strada.

Nei giorni prima, che non intendevamo essere gli ultimi, rompevo io i piatti nel lavandino. Cucinavo due, tre volte la stessa cosa. Volevo compiacerla tra i miei difetti e preoccupazioni. Lei si lamentava della mancanza di gusto del mio condimento e non vedeva nemmeno i frammenti bianchi rimbalzare sul pavimento della cucina, i pezzi della mia frustrazione e il ruggito della padella. Con la mia forza, pulivo tanto che facevo brillare l’alluminio. Era tutto così intenso, il muro argentato come un tesoro. Avevo paura di perdermi nell’incuria di altre faccende, tra lavoro, di essere sua figlia e per la mia figlia. Mi trovavo sempre sospesa tra le nuvole, tra la soddisfazione di essere una madre e il calore di essere una figlia. Erano loro due, mia figlia e mia madre, che mi tenevano in aria, per mano, mentre io saltavo pozzanghere di fango. Ironia della sorte, stavo ancora allattando.

Tra il cibo rifiutato e il rosario sulle dita, sapevamo che la mamma non voleva morire. Potremmo intuire le sue disperate preghiere per un Dio-padre e uomo, perché non voleva lasciarci soli e ancora così giovani. Parlava di vedere i compleanni dei bambini con il tema della banda di Monica, la laurea di mio fratello. Diceva sempre quanto sarebbe stato bello il nipote che sarebbe venuto da mia sorella … E ho pensato che fosse così divertente sentire questo, perché la mia “sorellina” non aveva nemmeno un ragazzo.

Era successo tutto nel modo in cui non lo voleva: domenica all’ospedale, nelle mani di estranei, affogando nella sua implacabile sete. I suoi reni si fermarono, ma tutto era iniziato vicino al cuore. Solo la morte non è più difficile che la propria vita. Sarà che lei ha visto quel film passare davanti ai suoi occhi? Avrà pensato, nel momento della morte, alle leccate del nostro cane? Si è ricordata quando è caduto il mio primo dente? O l’ultimo bacio che mi ha dato? L’ultima carezza che ho fatto su suoi capelli? Ci ha perdonato per tutte le delusioni che le abbiamo causato? E quella raccomandazione che non abbiamo mai seguito? E quel bicchiere d’acqua negato alla necessità della sua stanchezza?

Mamma, perdonaci per le volte che abbiamo seguito i nostri cuori e abbiamo messo il tuo da parte, frantumato, fatto a pezzi come un puzzle di mille pietre venduto nel nuovo centro commerciale che tu non vedrai mai. Lo stesso puzzle che non abbiamo mai avuto il tempo di mettere a posto, quel puzzle che è sempre stata la tua vita che abbiamo perso. Mamma, abbiamo perso.

Ero con lei quando è stato diagnosticato il cancro. Era una giornata piovosa, il dottore si era precipitato in un altro ufficio. Non avevamo capito il perché. Sempre così tante emergenze, direi. Ricordo una ragazza traballante, indebolita dalla malattia, con la sua calvizie e le sacche di sangue appese mentre cercava un bagno. Ho pensato di non guardarla per non metterla in imbarazzo, come se potessi mettere entrambi gli occhi nella tasca del mio cappotto.

Abbiamo seguito il dottore. Li ricordo: la serietà del dottore in piedi, la madre chiede, sentendo il seno nella clinica ambulatoriale.

  • Ed è il cancro, dottore?
  • Sfortunatamente, signora.
  • Sto per morire?

Ero arrabbiata. Con Dio, mamma, il dottore. Con me stessa.

Ma proprio nel seno? Io che ero stata nutrito al suo petto per oltre due anni? Io che ero stata nutrita per le sue mani per tutta la vita? Mi è dispiaciuto, ma non ho pianto. La forza fa rimanere il dolore nella gola, ma è sempre dolore ugualmente. Ho visto mia madre scoppiare in lacrime e ho pensato alla muta sinfonia di tutti gli orologi del mondo. Mi sono ricordata come cuoca, che non è il timer sbagliato del forno a preparare la torta. Possono chiamare questo: il tempo pronto di tutte le stazioni nascoste, che macchiano le strade con le loro ombre. Quando dicono che è tempo di andare, non c’è sotterfugio. I sogni non aspettano.

  • Mamma, prendiamo un treno di notte e andiamo a Parigi? Hai sempre voluto andare.
  • Non hai mai voluto portarmi quando avevo bisogno di andare … ora vado a casa.

 I sogni non aspettano.

L’eco della morte mi fece crampare lo stomaco. E io? Potevo solo pensare che non ero più la madre di mia figlia, ma la madre di mia madre. Stavo facendo il corredo per l’ospedale. Tra la dolcezza di raccogliere le cose per la mia bambina e la tristezza di immaginare la fine di qualcuno che mi aveva sempre visto come una, ho moltiplicato tutto per due. Il carrello si riempì: pannolini a tema compleanno, fasce geriatriche, saponi glicerinati e una legione di prodotti che mi dicevano in così tante lingue: niente lacrime. No Tears. Niente lacrime.

Volevo urlare, negando tutta la mia educazione:

  • Fottuta vita ironica è questa ?!

Niente lacrime E ho pensato a chi si sarebbe preso cura di me quando io fosse malata, chi mi avrebbe tirato fuori dal mio casino. Chi avrebbe combattuto coi bambini di strada quando sarei tornata a casa con l’occhio gonfio di qualche delitto infantile, mentre potevo restituire uno sguardo di superiorità sotto l’orlo del suo vestito? Ero cresciuta, ma essere seduta sul pavimento del bagno di MacDonald dopo aver vomitato, mi ha mostrato solo che ero un pozzo di fragilità. Una specie di uova pochet.

Quando l’ho portata in ospedale, ho pensato che non fosse niente. Si gonfiava, tossiva. Non mangiava bene da settimane. Soffocava. Ma si era ripresa bene: la lunga criniera del leone era già tornata. Nuove unghie, nelle punte delle dita. Pochi giorni dopo, il dottore ci aveva ingannato: e noi non potevamo rimanere in terapia intensiva. Serio, serio. Meglio andare a casa. Chiamerebbero. E così ad ogni squillo del telefono, l’ansia e la paura ci pugnalavano lo stomaco.

Era una domenica. Poi, una telefonata mentre lavavo i piatti con lo shampoo per bambini. Le bolle di sapone mi ingannavano con arcobaleni nel bel mezzo della giornata. Ero soltanto un altra cuoca inutile che conduceva un’orchestra di padelle lucide e piatti vuoti. All’ora di pranzo, erano i profumi di lavanda che usurpavano l’intero odore del cibo. Durante la mia vita, sarebbe quella telefonata che avrebbe rubata la mia infanzia. Mentre ancora avevo bisogno di crescere, il limone era ancora lì. Fermo dentro il pomeriggio. 

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