Con Tolo Tolo, Checco  Zalone ha messo a confronto due culture, due  civiltà, incastrando le une nelle altre nelle rispettive ma anche reciproche difficoltà: due mondi disposti a tutto pur di sopravvivere. La sopravvivenza come utopia, in una vita sempre più tormentata e sofferta.

E’ un film che lascia il segno, perché scuote il nostro sentire quotidiano, lo snida dalle sue reticenze, lo strappa ai suoi pudori. Zalone racconta una realtà di faticosa convivenza tra diversi, usando un’ironia prorompente e così costringendo noi tutti a confrontarci con l’altro da noi, con quelle tematiche che in tanti o ignorano o preferiscono ignorare.

Mentre in Italia sembra che vada tutto bene, al punto da apparire agli africani come il paese dei balocchi, Checco è invece costretto a scappare. Si rende conto a un certo punto di non far altro che lavorare e pagare tasse su tasse, e quindi fugge pensando di trovare in Africa un posto più tranquillo dove poter investire e costruirsi un futuro migliore. Un rovesciamento di quel pigro senso comune che ci vuole noi italiani invasi ma non invadenti.

Per l’emigrante fuggitivo l‘Africa si trasformerà in un paese di sofferenze e soprusi, ma nello stesso tempo pieno di gente ospitale, umile, sorridente e dignitosa. Dall’Italia i suoi parenti gli chiedono soldi per estinguere i loro debiti, così come in Africa, per salvare un figlio da una morte quasi certa, i parenti gli chiedono di emigrare.

Con una comicità garbata, Tolo Tolo ci accompagna lungo le varie vicissitudini che incontra un emigrante, evidenziando cosa significhi vivere in un posto che non si conosce e affrontare le difficoltà di misurarsi con una lingua e una cultura diverse. Difficoltà che diventano perfino più spinose, nei rapporti con le istituzioni italiane, nella loro strafottenza nel (non) risolvere i problemi di un loro connazionale che vive all’estero. Esattamente come accade agli africani, laddove i paesi d’origine abbandonano i propri concittadini all’indifferenza più totale. 

Un film insomma che ribalta completamente il punto di vista sociale e culturale che noi italiani abbiamo nei confronti dell’immigrazione. Spingendo lo spettatore a identificarsi con l’angosciosa condizione di chi è costretto a lasciare il suo paese e ha un disperato bisogno di aiuto. Un pungente paradosso che finisce per trasmettere un messaggio di sincera fraternità, lasciando intendere che in fondo non c’è poi così tanta differenza tra quei poveri migranti e la nostra apparente dorata società.

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