Uno degli atleti migliori e più straordinari di tutti i tempi se n’è appena andato, per sempre.

E’ morto un uomo che in Italia ha passato una fase della sua adolescenza. Uno che da queste parti tutti conoscevano e di cui avevano sentito parlare. Ma la cosa strana è che viene visto anche come un figlio, un compaesano, un compagno d’avventura. Una cosa molto strana infatti: un uomo nero, che vive dall’altra parte dell’Oceano, che per la sua breve esperienza di soggiorno sul territorio nazionale, ha conquistato la stima e il cuore degli italiani. 

Infatti il cestista americano, alto 198 cm e di sana robusta di 98 kg che se li portava bene, giocava prevalentemente nel ruolo di guardia tiratrice sul campo. Figlio di Joe Bryant allenatore dell’NBA, che giunse in Italia nel 1984 per giocare nel campionato italiano, prima alla AMG SEBASTIANI RIETI in seria A2, per poi passare un biennio a Rieti e altri due a Pistoia, Kobe ha appreso l’amore per il tricolore proprio da bambino. Arrivato in Italia a sei anni (in una Italia radicalmente diversa), visse a Reggio Calabria, per proseguire a Pistoia e infine a Reggio Emilia. Raccontando la sua esperienza, il colore della sua pelle non divenne per niente un problema per fare amicizia a scuola. Spostandosi nelle varie città dei club per i quali giocava il padre, Kobe ha subito imparato i fondamenti della cultura del paese che lo ospitava. Dalle scuole pomeridiane ai campetti di calcetto, dalle attività extracurriculari alle ore passate in scuola di teatro, Kobe è finito a prendere pure l’accento calabrese sull’italiano fluente che parla. 

Tornato negli USA a tredici anni, si iscrisse al liceo situato in un borgo di Philadelphia, guadagnando fama a livello locale e nazionale, vincendo addirittura il titolo statale, infrangendo nello stesso tempo il record di punti nel quadriennio liceale.  

Nonostante la distanza, il suo amore per l’Italia non è mai cambiato né mancato. Come fosse il primo bacio dell’amore adolescenziale, lo ricorreva ogni strada che perseguiva. Dopo che si dichiarò eleggibile per il DRAFT NBA senza passare per la via classica del College, nonostante vi fossero state offerte per lui da parte di prestigiose istituzioni universitarie americane. Mamba (soprannome adottato nel 2003) continuò a tenere saldo il legame con la penisola che gli rubò il cuore. Visitando l’Italia ogni due anni, durante le ferie sportive. Non solo visitava il luogo d’infanzia, ma si portava dietro pure la sua famiglia per mostrare ai suoi figli la sua storia. Pure a quella figlia, che aveva un posto speciale nel suo cuore: Gigi. All’anagrafe era registrata come Gianna Maria-Onore Bryant, per tutti semplicemente “Gigi”. Tutti quelli che l’hanno vista giocare avevano previsto per lei un futuro da stella del basket, come il padre. Aveva 13 anni. Di lei, parlando con un giornalista una volta disse: “Mi hanno chiesto più volte se, avendo quattro figlie femmine, desiderassi un figlio maschio che potesse portare avanti la mia eredità. Ma io ho la mia Gigi che lo farà”.

Insomma quella di Kobe Bryant è la classica storia di un immigrato innamorato follemente dell’Italia. Uno che ci ha vissuto per 6/7 anni durante la sua infanzia, ma non riusciva proprio a cancellare il suo ricordo. Un’amore cosi potente e forte che attraversa gli oceani e riporta proprio a sacrificare all’altare la propria destinazione. La storia di Kobe è la storia di 1 800 000 ragazzi nati e cresciuti qui, in Italia. Ma non riconosciuti da una politica ferma ancora nell’altro secolo. Cresciuti nei suoi sobborghi e nella sua periferia, che non parlano solo la sua lingua, ma condividono le loro idee con i suoi dialetti. 

Ecco oggi ricordando la morte di Kobe Bryant, rifletto su come la sua esperienza di un soggiorno breve, dall’altra parte dell’Oceano, lontano da Los Angeles, gli cambiò per sempre la vita. Un’amore denso e profondo, che anche dopo l’infanzia lo trascinava indietro per trascorrere tempi di fascino. L’amore potente del tricolore, la nazione di Cesare Beccaria e Dante Alighieri, l’arte e la cultura di Michelangelo e Leonardo Da Vinci, i ghetti di Pistoia e la ndjua della Calabria sono come una catena che tengono vicini come schiavi a chi ci ha messo piede in questa nazione straordinaria. Figuriamoci a chi ci è nato e cresciuto ma oggi neanche viene riconosciuto. 

Lo stupore attonito di mezzo mondo dice dell’inesplicabile mistero del destino avverso e tragico che non infrequentemente sembra cogliere chi ha avuto più successo, fama e denaro sulla terra; racconta l’arrivo imprevisto e prematuro della morte, che inghiotte nel suo abisso vite nel cuore del loro divenire, con la stessa attitudine del ladro che viene di notte, “nell’ora in cui meno tu pensi”.

Quella notte, passata in bianco o travagliata da sogni inquieti e fantasmi tristi da milioni di persone di tutte le età a tutte le latitudini, schiude il miracolo degli sport più popolari, che da sempre sa rendere sorelle e fratelli gli umani, al di là del colore della pelle, della condizione sociale, del grado di istruzione di ognuno.

Uno degli atleti più straordinari di tutti i tempi se n’è appena andato. La nostra terra (l’Italia) perde un giovane uomo, che non si era dimenticato di Pistoia e Reggio Emilia, quella piccola provincia italiana, orgogliosissima di lui, che lo aveva visto, bambino curioso e simpatico, fare sorprendenti canestri negli intervalli delle partite di un eccellente giocatore di nome Joe, suo padre.

Non è morto una leggenda, le leggende infatti non muoiono mai. La leggenda era soprattutto: un uomo, una padre di famiglia e un sognatore. 

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